Escursioni nella Murgia pugliese: i canyon poco noti che cambiano la prospettiva

All’alba, quando la pietra sembra trattenere l’ultimo respiro della notte, ho infilato il sentiero dietro una masseria diroccata tra i fichi d’India e i muretti a secco. Il tratturo spariva a tratti sotto il timo calpestato, poi ricompariva convinto a bordo lama, con una volpe che mi spiava da un groviglio di lentisco. È in questi momenti che la Murgia si abbassa di colpo e la terra si apre: una fenditura inattesa, un corridoio di ombre e luce dove il silenzio ha una sua grammatica. Li chiamo canyon per capirci, ma qui tutti dicono gravine o lame, e ciascuna racconta una geografia che non sta sulle cartoline.
Sotto la crosta di pietra
Il paesaggio murgiano è un libro antico scritto su roccia calcarea. L’acqua, pur rara in superficie, ha inciso per secoli finché non ha creato scale brettate, balze e nicchie che oggi si aprono come teatri improvvisi. È il lavoro paziente del Carsismo, fenomeno che qui assume un carattere didattico: canali asciutti per mesi che si fanno fiumi dopo un temporale, ingressi di grotte nascosti da cespugli di cisto, pareti che profumano di cappero selvatico. La luce rimbalza sui blocchi crollati e sulle lame d’ombra degli orli, e basta sporgersi con prudenza per capire perché questi corridoi naturali hanno dato riparo a uomini e greggi, eremiti e carbonai.
Ricordo la prima volta in cui scesi in una forra vicino a Santeramo in Colle: il fresco saliva dal fondo come da una cantina, e il rumore lontano di un trattore svaniva dietro un gomito di pietra. Lì trovai un vecchio appoggio per la transumanza, un muretto ricurvo a metà costa, segno di quando i pastori sconfinavano nelle ombre per cercare erba d’inverno. Le pareti portavano graffiti di calcare graffiato, date cancellate dal vento: memoria povera, ma nitida. Ogni passo, un’inquadratura diversa.
I canyon che parlano a bassa voce
Alcune forre della Murgia sono celebri, altre preferiscono il basso profilo. Nei pressi di Poggiorsini, ad esempio, le balze si aprono senza annunciarlo, tra pascoli radi e corbezzoli superstiti; si scende lungo rampe d’ebano e polvere, seguendo la curva naturale delle pietre e la mano leggera delle capre. Non sono luoghi scenografici in senso hollywoodiano, e proprio per questo riservano un colpo d’occhio più sincero: una piccola cascata di massi, una vasca carsica che tiene l’acqua dopo la pioggia, una cavità abitata dalle rondini di roccia che sfiorano le cime dei leptospermum come frecce.
Tra Altamura e Gravina, invece, la campagna si increspa in canali che sembrano semplici avvallamenti finché una quercia, all’improvviso, ti rivela l’orlo: oltre c’è il vuoto mosso, una scalinata scolpita dove il sole tarda ad arrivare e il capriolo ha lasciato l’impronta morbida sul limo secco. In certi tratti ancora si scorgono i passaggi dei muli, linee diagonali sulla parete, e le poste per ripararsi dal vento. Sono tracce testarde, come le persone che incontri qui: contadini che conoscono il nome di ciascuna pietra e ti raccontano di una grandinata del ’72 come se fosse ieri.
Non tutti i percorsi richiedono gamba e bussola. Se cercate un avvio più dolce, con affacci facilmente raggiungibili e scenari ampi sul tavolato, potete orientarvi verso itinerari semplici con viste ampie sul tavolato murgiano, ideali quando si viaggia con bambini o quando la curiosità supera l’allenamento. La bellezza, qui, non fa selezione: anche un crinale senza fatica regala letture sorprendenti del territorio.
Masserie abbandonate e voci di pastori
Sulle spalle delle gravine, quasi sempre, si sfarinano masserie che sono romanzi senza copertina. Io ne ho una nel cuore, con il tetto sfondato e la cisterna ancora buona, dove un vecchio mi raccontò del tempo in cui l’inverno spingeva gli armenti fin sul fondo delle lame. Diceva che il latte, al riparo delle rupi, non prendeva calore e le caciotte uscivano più lente, più strette di carattere. Lì, in un pomeriggio di vento di libeccio, imparai a leggere i segni dei cani pastori sulla polvere, come fossero chiodi su uno spartito.
Gli jazzi disseminati tra Ruvo e Minervino sono classi all’aperto: pietra su pietra, recinti circolari o a mezzaluna, un ingresso basso per evitare le folate. Ogni tanto, scavando tra la macchia, affiora una neviera, un buco intonacato di calce che teneva il freddo come una promessa estiva. L’archeologia del quotidiano qui si sposa con la geologia, e nei giorni in cui il sole non aggredisce si può camminare accostando storia orale e fioriture di finocchietto selvatico, in un continuo scambio tra memoria e presente.
Più a valle, dove la Murgia si distende verso l’Adriatico, la roccia cede il passo agli uliveti e la luce cambia di tono. A fine escursione, è un piacere completare la giornata con camminate lente tra gli ulivi monumentali del Barese, quando l’odore di resina lascia spazio al verde amaro delle foglie e il corpo si scioglie su sentieri più morbidi. È un altro modo di ascoltare la Puglia, meno verticale, ma ugualmente profondo.
Orientarsi, rispettare, tornare
Chi entra in una lama dovrebbe farlo con rispetto e una manciata di attenzioni. Le pietre smosse possono tradire, le piante di euforbia irritano, e il meteo, specie dopo piogge intense, può cambiare repentinamente il carattere del fondo. È importante affidarsi a tracciati consolidati, evitare i bordi friabili, usare scarponi con buona aderenza e portare sempre acqua, perché qui le fonti sono capricciose. La regola è semplice: lasciare soltanto impronte, raccogliere soltanto storie.
Le stagioni migliori sono l’autunno e la primavera, quando i colori non abbagliano e il vento asciuga i pensieri. In estate il mattino presto salva la pelle e regala un suono diverso alle cicale che rimbalzano sulle pareti. D’inverno, invece, basta un filo di ghiaccio per cambiare il lessico del sentiero: le ombre si fanno più corte e il calcare brilla, facendo sembrare ogni passo un accordo preciso. In ogni caso, meglio informarsi presso i centri visita o gli uffici del Parco Nazionale dell'Alta Murgia, che aggiornano su accessi, regolamenti e sentieri ripristinati.
La prospettiva che muta
Quando cammini sul bordo di una gravina murgiana, ti accorgi che la prospettiva è un esercizio, non un punto fisso. Guardi a valle e riconosci un reticolo di storie: covoni scomparsi, greggi che hanno trovato riparo, eremiti che scesero a cercare silenzio. Torni a monte e capisci che il vero cambio di quota avviene dentro, perché l’ampiezza del cielo qui si misura sulla retina, non sulla carta. È una Puglia che non fa rumore, e proprio per questo sposta l’orizzonte di chi arriva con l’idea di una regione soltanto marina.
Quel mattino, risalendo dal fondo con il fiato corto e la giacca impolverata, la volpe era ancora lì. Se ne stava seduta come un doganiere senza fretta, giudicando il mio passo. Le ho restituito un cenno e ho ripreso il tratturo verso la masseria scoperchiata. La pietra, ora calda, pareva un altro animale; il vento ha fatto vela tra i fichi d’India e il cielo ha preso la prima azzurrità del giorno. Ho capito allora che i canyon di queste parti non cercano spettatori: cercano complici. E tornare, dopo averli ascoltati, è sempre un po’ come rientrare da una conversazione in cui si è parlato poco e si è capito molto.

